Il Digital services act mette all’angolo le Big Tech

Per le Big Tech il 23 aprile 2022 sarà una data che non dimenticheranno facilmente.

Dopo 16 ore di negoziati, l’UE ha raggiunto infatti un accordo in merito ai dettagli del Digital Services Act (Dsa) che potreste immaginare come un grande pacchetto legislativo europeo, presentato già a dicembre 2020, in cui vengono stabilite per la prima volta le regole che le Big Tech dovranno rispettare per tenere “al sicuro” gli utenti digitali. Parliamo di piattaforme con più di 45 milioni di utenti attivi, il cui elenco è ancora da definire, ma che includerà Google, Apple, Meta, Amazon, Microsoft, ma probabilmente anche aziende tipo Booking.

Al centro del mirino, la “pubblicità mirata” basata sulla profilazione degli utenti (o targeting), in base a criteri come sesso, età e religione;
sarà vietato ricorrere a tecniche ingannevoli per manipolare o influenzare le scelte degli utenti.

Diventerà obbligatorio, per le piattaforme, di rimuovere “prontamente” (sulla base delle leggi nazionali ed europee) contenuti illegali, come sarà altrettanto obbligatorio per i siti di vendita on line verificare l’identità dei propri fornitori prima di vendere i loro prodotti.
Le piattaforme saranno costrette dunque a migliorare tutti i meccanismi volti all’identificazione dei rischi al fine di contrastare la diffusione di contenuti nocivi o la stessa disinformazione.

Si stima che 230 nuovi lavoratori saranno assunti e pagati dalle aziende tecnologiche attraverso una “tassa di vigilanza’’, che potrebbe arrivare fino allo 0,1% del loro reddito netto globale annuale.

Tuttavia, anche per i non addetti ai lavori, è facilmente immaginabile pensare che per far rispettare le nuove leggi, il numero dei neoassunti, sarà insufficiente rispetto alle risorse disponibili per Meta, Google e altri. D’altro canto, è anche vero che l’Europa non può permettersi di non far rispettare le nuove regole e perdere tempo speso per raggiungere imporre la propria autorità.

La sfida è ancora aperta.

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